Marco Sommariva
Il venditore di pianeti
Tropea - collana Iperfiction
pp. 218
12 euro
È in libreria, ormai da diverse settimane, un volume che è un po’ un caso letterario e ha riscosso notevole interesse da parte della critica, ottenendo recensioni positive un po’ ovunque, da Rolling Stone a Gioia, passando per vari quotidiani nazionali.
Stiamo parlando de “Il venditore di pianeti”, edito da Tropea e scritto dal genovese Marco Sommariva, che oggi presentiamo agli amici di Giallo & Co.
Il Venditore di pianeti altri non è che l’oggetto di un’ indagine investigativa, grottesca ed esasperante, intrapresa dal protagonista del romanzo, che ne è anche l’io narrante.
Ma prima di parlare del libro, partiamo da te, Marco. Raccontaci un po' chi sei e quale è stato il tuo percorso di scrittura, come sei arrivato a concepire e scrivere un libro come "Il Venditore di Pianeti", molto sperimentale. Conosco un po' la tua precedente produzione e nel tempo hai maturato delle scelte stilistiche e delle trasformazioni notevoli.
Sono un perito meccanico nato a Genova nel '63, che lavora nel settore metalmeccanico dall' '82. Inizio a scrivere nel settembre del '98, la stessa mattina che termino la lettura di "Diario di un killer sentimentale" di Sepulveda. Inizio con quello che diventerà - nell’ottobre del '99 - il mio esordio editoriale: "Il cristallo di quarzo", un breve romanzo edito dalla Sicilia Punto L ed. di Ragusa, la stessa casa editrice che manderà alle stampe "Vorompatra" nel 2003 e "Fischia il vento" nel 2005 - come dicevi tu, tutti romanzi distanti dalla sperimentazione de "Il Venditore di Pianeti".
A questo tipo di scrittura ci arrivo dopo l'interesse suscitato da un mio racconto edito nel luglio del 2001, da una piccola casa editrice genovese, intitolato "Ho ucciso Capossela"; senza dubbio, anche la lettura nell'agosto del 2001 di due libri quali "Baol" di Stefano Benni e "Pulp" di Charles Bukowski rafforzano in me la convinzione che si può sperimentare - non è un caso se la prima stesura de "Il Venditore di Pianeti" avviene proprio tra il settembre e l'ottobre del 2001 (lo scrivo in quaranta giorni).
Ritengo che lo stile utilizzato per la stesura di un romanzo come "Fischia il vento" non avrebbe mai funzionato per "Il Venditore di Pianeti", e viceversa. Sono convinto che lo stile sia... "solo" un mezzo per far giungere al lettore il messaggio.
E messaggi, "Il Venditore di Pianeti", ne trasmette sicuramente. Infatti, mi sembra di poter dire che la ricerca da parte dell’Io Narrante di questo misterioso personaggio, che dà il titolo al romanzo, non porta volutamente a clamorosi sviluppi di trama, ma è una sorta di pretesto per una serie di incontri con individui incredibili, paradossali, eppure a loro modo emblematici. Non li conosciamo con i loro veri nomi, perché tutta la vicenda ruota intorno all’Osteria dei Soprannomi, frequentata da persone che si spogliano della loro identità anagrafica per assumere quella fittizia cucita loro addosso dagli altri avventori. E così c’imbattiamo in Tom Valzer, così simile a Tom Waits, Carlo Tomaszewski, Bestia, e tanti, tanti altri con le loro incredibili storie. Ed è un viaggio in un’umanità marginale, fatto di dialoghi surreali, scanzonati, graffianti e commoventi al tempo stesso. Quale società hai ritratto attraverso questi personaggi? E che cosa hai voluto dire al lettore? C’è qualche personaggio che ti è più caro di altri?
Cominciamo col dire che la ricerca di questo misterioso Venditore di Pianeti è unicamente un pretesto, un trucco, un espediente, quello che Hitchcock definiva "Mac Guffin": una cosa non importante in se stessa, che fa venire il mal di testa ai logici che cercano in questa la verità. Come diceva Hitchcock, il "Mac Guffin" non è niente.
Per quanto riguarda la società, ho cercato di ritrarre quella degli invisibili, degli sconfitti; l'ossatura della schiena piegata di questo mondo che regge il fardello dei pochi ricchi che ingrassano sempre più.
Cos'ho voluto dire... l'ho detto: lo si legge, soprattutto, nelle parole di Tom Valzer e dell'Io Narrante. L'ho fatto in un modo un po' ruffiano, cercando di far sorridere, così da non far annoiare il lettore; e, in effetti, sono diversi quelli che mi hanno scritto per dirmi che hanno chiuso il libro col sorriso e il magone in gola.
Mi è molto caro Tom Valzer, per la sua poesia, la sua schiettezza... ma anche Carlo Tomaszewki, per il suo amore andato a male, la sua voglia di giocare...
Per crearli, ti sei ispirato a persone reali. Tom Valzer assomiglia maledettamente a Tom Waits, ad esempio. E Tomaszewki sembra proprio parente del portiere della Nazionale polacca degli anni ’70. Poi ce ne sono molti altri, magari meno famosi. Come mai hai scelto proprio loro? Che cosa rappresentano per te?
Tom Valzer è il duro che non ha perso la tenerezza, Carlo Tomaszewski è l’adulto ostaggio dell’adolescenza - età in cui ogni amore sembra eterno; in cui si gioca ancora, ma non si è più bambini. Sicuramente, entrambi miei alter ego. Un po’ quello che sono stato, un po’ quello che sono, un po’ quello che vorrei essere o tornare ad essere.
Un altro grande protagonista è l’Osteria dei Soprannomi. Si direbbe che sia quasi un’Isola che non c’è post industriale… Ti sei ispirato a un luogo realmente esistente?
L’Osteria dei Soprannomi esisteva, anche se aveva un altro nome; e si trovava di fronte a quelle che, una volta, erano le prigioni di Sestri Ponente - così come ho scritto nel romanzo. Era un’osteria talmente buia e sporca che, anche nei pomeriggi più afosi, preferivi non entrarci e tenerti la sete. Credo l’abbia fatta chiudere l’Igiene qualche anno fa; adesso c’è un bar come tanti altri, lindo e luminoso, ma molto meno affascinante.
Anche la città, Sestri Ponente, una città operaia della periferia genovese (anche se i sestresi doc reputano Genova una periferia di Sestri), rappresenta uno sfondo di notevole importanza. Soprattutto per come viene trasfigurata, reinventata quasi dalla tua fantasia. Diventa così un luogo dell’anima, nel quale si colgono atmosfere e dettagli che, alla fine, sono tipici di questa cittadina, ma ci parlano anche di tutte le nostre città e delle loro contraddizioni. Che cosa rappresenta Sestri per te? Come è stato, per te, metterla in scena nel tuo libro?
Nonostante abbia visto tanti posti sia in Italia che all’estero - e, alcuni, molto più belli di Sestri - non ho mai pensato "qui ci verrei a vivere". A Sestri Ponente ci sono nato e cresciuto, e ci ho sempre abitato: non saprei farne a meno. A Sestri ho troppi ricordi, sparsi agli angoli delle strade, nel dialetto della gente, negli sguardi dei vecchi amici, nei discorsi di chi "mugugna" e non ci sta, negli odori dei vicoli e dei portoni. Mettere in scena Sestri, è stato quasi doveroso: nessun altro teatro si sarebbe prestato così bene alle vicende dei miei personaggi.
Nella domanda precedente ho parlato di messa in scena e non è stato un caso. L’elemento che caratterizza il tuo libro sono i dialoghi: fulminanti, surreali, ironici e, soprattutto, molto coinvolgenti. Sembra quasi di leggere una pièce teatrale, a tratti. Come mai questa scelta? Che tipo di lavoro presuppone questo tipo di scrittura?
Dell’impressione di leggere una pièce teatrale, ricordo che me ne parlò già la persona che lesse per prima la stesura originale de "Il Venditore di Pianeti" e, in seguito, la stessa cosa mi è stata confidata da più persone. In realtà, quando l’ho scritto non pensavo al teatro, ma a divertirmi. A quanto mi è stato riferito da gente dell’ambiente pare che, al giorno d’oggi, sia difficile trovare in Italia autori di teatro che usino dialoghi fulminanti, ironici e allo stesso tempo coinvolgenti - bada bene, ho usato parole tue. Certo sarebbe bello vederlo rappresentato sul palcoscenico come, del resto, non sarebbe male vederlo trasformato in fumetto o film.
La scelta dei dialoghi non è stata una scelta: sono stati i personaggi a cominciare a parlare così, e io li ho lasciati fare - mi pareva non perdessero tempo in fronzoli (qualità che apprezzo tantissimo) e, allo stesso tempo, s’intendessero alla grande.
I dialoghi li scrivo così come mi vengono, di getto. Se la sera dopo, quando li rileggo, funzionano - nel senso che hanno il ritmo che desideravo - non li tocco più, se no limo qui e là. Persino le tanto bistrattate parolacce sono messe lì dove possono dare cadenza, armonia, musicalità.
In effetti, come dici tu, i dialoghi hanno caratterizzato il mio libro; credo sia anche conseguenza del fatto che m’irritano le descrizioni dettagliate - proprio come a Hitchcock.
Ultima domanda: torneremo ancora a leggere le storie dell'Osteria dei Soprannomi e dei suoi avventori?
Sì, a novembre, e s'intitolerà, appunto, "L'Osteria dei Soprannomi".
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